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E10 – Grosseto “capitale della paleontologia”

10-Sep-2008
Grosseto capitale della paleontologia  
Un convegno internazionale per parlare di primati e  reperti fossili venerdì 12 settembre, dalle ore 9 al Museo di Storia naturale
                                                                   
Grosseto: Grosseto diventa la capitale internazionale della paleontologia. Venerdì 12 settembre, dalle ore 9 in poi, i maggiori studiosi ed esperti al mondo di primati fossili, ominidi e reperti preistorici si daranno appuntamento nella sede del Museo di storia naturale in via Corsini, 5 per una giornata di studio e di confronto.

Oltre 20 scienziati provenienti da tutti i Paesi europei e non solo discuteranno sulle ultime scoperte nel campo della paleontologia dei primati e illustreranno il nuovo corso delle ricerche di paleoprimatologia in Europa.

Gli interventi, aperti a tutti, saranno in lingua inglese. Tra i relatori Lorenzo Rook dell’Università di Firenze e Sarah Elton dell’Università di Hull in Ighilterra. I lavori si apriranno con il saluto del sindaco Emilio Bonifazi. Organizzatore e anima dell’iniziativa, patrocinata dal Comune di Grosseto, è Andrea Sforzi, direttore del Museo grossetano di Storia naturale.
Il convegno è stato organizzato in occasione 50° anniversario della scoperta di uno dei fossili italiani più discussi e forse meno conosciuti: lo scheletro di una scimmia antropomorfa appartenente alla specie Oreopithecus bambolii e risalente al Miocene superiore (8 milioni di anni fa). Il reperto fu stato scoperto il 2 agosto 1958 a Baccinello dal paleontologo svizzero Johannes Hürzeler.
Da alcuni anni le ricerche condotte dal Lorenzo Rook insieme a colleghi italiani e spagnoli hanno portato nuovamente alla attenzione di tutta la comunità scientifica questo primate. Se da una parte è definitivamente accettato che Oreopithecus bambolii non è imparentato con i nostri più diretti antenati, ma è uno degli ultimi rappresentanti di un ampio gruppo di scimmie antropomorfe presenti nel Miocene in Europa e Asia, gli studi di dettaglio della sua anatomia scheletrica dimostrano molte similitudini con i progenitori dell’Homo sapiens.
Queste somiglianze (unite a profonde differenze) suggeriscono che Oreopithecus abbia sviluppato analogie nelle capacità manipolative o negli adattamenti locomotori con i nostri diretti antenati, e ne fanno quindi una specie chiave per comprendere le fasi più antiche della nostra evoluzione.

altro articolo:

«Sandrone» è coetaneo dell’Oreopithecus sardo

La scimmia antropomorfa viveva in un’era in cui l’isola e la Toscana erano terre unite

NUORO. Mentre alcune scuole di pensiero – supportate dall’andazzo dei tempi piuttosto che da serie e comprovate ipotesi scientifiche – cercano di demolire le teorie evoluzionistiche, nuovi tasselli si aggiungono al lungo lavoro cominciato tanti anni fa da valenti paleoantropologi. Il problema è sempre lo stesso: se l’uomo sia apparso sulla Terra quasi all’improvviso oppure se discenda una linea evolutiva il cui disegno, sempre più, sembra corrispondente a una macchia di lentischio piuttosto che a una pianta secolare con pochi rami.

Dopo la pubblicazione dell'”Origine dell’uomo” di Darwin qualcuno chiese a uno dei suoi sostenitori: «Scusi, ma lei deriva dalle scimmie da parte di madre oppure di padre?».

Una delle madri, o dei padri, oppure cugini – comunque li si voglia chiamare – oltre otto milioni di anni fa scorrazzava allegramente in quelle che attualmente sono le pianure vicino a Fiume Santo. Un suo coetaneo l'”Oreopithecus bamboli” viveva nell’attule bassa Toscana.

La sua esistenza – nel 1958 – venne scoperta quasi per caso in una miniera di lignite. Un fossile quasi perfetto, che presentava morfologie scheletriche particolari, tanto da richiedere tempo, prima di essere inquadrato con precisione. Dieci anni fa, alcuni reperti trovati a Fiume Santo furono attribuiti alla stessa specie. Qualcuno disse: «Il primo uomo è nato a Sassari». «No, la seconda scimmia», rispose qualche altro.

Al di là delle attribuzioni istintive, la collocazione di Oreopithecus è rimasta fluttuante. Comparsa oltre otto milioni di anni fa, la scimmia antropomorfa viveva in un periodo nel quale l’attule Toscana era unita alla Sardegna.

Dell’Oreopithecus non si trovavano fossili collaterali: un bel giorno, nel 1993, alcuni amatori sottoposero dei reperti trovati a Fiume Santo all’attenzione dell’istituto geologico-mineralogico dell’Università di Sassari e al professor Sergio Ginesu. I fossili vennero ulteriormente analizzati da alcuni specialisti dell’università di Liegi, che confermarono la datazione e l’attribuzione della specie.

Ora all’università di Firenze si tirano le somme dei vari ritrovamenti, e in particolare di “Sandrone”, come venne chiamato il reperto della miniera di Bamboli. Oreopithecus (compreso quello di Fiume Santo) sarebbe il parente stretto dell’orango che popolava l’Europa otto milioni di anni fa, quando era tropicale. «Questo ominoide è stato l’unico sopravvissuto dell’Europa tropicale – dice il professor Lorenzo Rook, del dipartimento di Scienze della Terra dell’università di Firenze -. I risultati del lavoro, che riguarda anche tutti gli altri primati che popolavano l’Europa quando era caldissima dicono che il vertebrato era bipede, ma con le zampe corte e l’alluce molto distaccato dal resto del piede. Ciò rendeva la sua andatura molto “incerta”: aveva una testa piccola, con due grandi occhi: con le mani si procurava il cibo, soprattutto bacche e foglie. I suoi denti, analizzati recentemente con l’apparecchiatura per la luce di sincrotrone di Grenoble, avevano un aspetto “collinare”, adatto alla dieta a base di vegetali».

Pochi gli esempi fossili di questo tipo trovati sino ad oggi. «Era un animale davvero unico – prosegue il professor Look – e la sua parentela con i primati è ancora oggetto di discussione. Solo ora è chiaro che non è imparentato con i nostri più diretti antenati, ma è uno degli ultimi rappresentanti di un ampio gruppo di scimmie antropomorfe che nel Miocene superiore erano diffuse in Europa e Asia».

Molte sono comunque le somiglianze con varie categorie di Australopithecus, parente stretto, con varie diramazioni, dell’uomo attuale. Quello che sembra comunque accomunare Oreopithecus alla Sardegna è la caratteristica peculiare di alcune faune insulari, fenomeno che – almeno per quanto riguarda la documentazione fossile – è stato riscontrato alcuni milioni di anni dopo. In pratica – forse per la mancanza di grandi animali carnivori, che non avevano un sufficiente areale di caccia – le faune giganti nei continenti diventavano nane, e viceversa. Ecco quindi i reperti di elefanti nani trovati in Sicilia, a Creta e nella stessa Sardegna. Fossili che raccontano una grande storia, per chi la sa leggere.

Parallelamente – non c’è riscontro in Sardegna – alcune faune nane che nei continenti erano di piccola misura diventavano nane, e alcuni specie di uccelli perdevano la facoltà di volare.

Ma questo avveniva diversi milioni di anni dopo la presenza nell’isola di Oreopithecus.

Un’altra scimmia, ben catalogata, popolò comunque l’isola, come dimostrano i reperti del Macacus trovato a Capo Figari. Altre specie, sempre del Quaternario, sono state rinvenute nelle “brecce ossifere” del Monte Tuttavista, a Orosei, durante le operazioni di estrazione del marmo.

Questi resti – ancora a disposizione degli specialisti – dimostrano la fluttabilità dell’isola di Sardegna e i suoi periodici contatti con il continente, attraverso i cosiddetti “ponti di terra”: strisce che si creavano durante il periodico disseccamento del Mediterraneo, consentendo lo scambio di faune di vario tipo. Il successivo, nuovo isolamento, dava luogo a nuove speciazioni e alla formazione di nuove faunee.

(11 settembre 2008)

settembre 19, 2008 - Posted by | - Italia, conferenze, Musei, Paleontology / Paleontologia | , , , , ,

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