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2009-02-15 – Walter Alvarez: “Le montagne di San Francesco”

Dagli Appennini il mistero dell’origine della Terra

Le Alpi e soprattutto gli Appennini come forzieri che custodiscono meglio di ogni altra roccia il segreto dell’origine della Terra. La pensa così Walter Alvarez, geologo innamorato dell’Italia che ha di recente dato alle stampe un nuovo lavoro, “Le montagne di San Francesco”. Il libro, pubblicato dalla W.W. Norton & Co., è una sorta di viaggio sentimentale nella storia millenaria delle catene montuose del nostro Paese, e rende omaggio al lavoro dei geologi italiani, all’avanguardia ma spesso trascurato – sostiene l’autore – in virtù di un punto di vista “angolocentrico”.Giulia Bonezzi(10 febbraio 2009) 

Alvarez, docente di Scienze della terra e del pianeta all’Università di Berkeley, ha condensato 35 anni di studi sulle montagne italiane in un affresco che attraversa sentieri e cave (passando per una cantina), costellato di ritratti affettuosi degli scienziati che lui e la moglie, Milly, hanno incontrato a partire dalla loro prima visita in Italia, nel 1968. «Adoro mescolare la mia scienza con la cultura, la gente, l’amicizia, il linguaggio» spiega l’autore. Il titolo trae ispirazione dall’Appennino umbro-marchigiano: «In questa parte d’Italia ci si trova costantemente faccia a faccia con l’eredità e l’influenza di San Francesco». Il geologo ritorna nel sito di Gubbio dove trovò, conservate in uno strato di roccia, le prime prove di un evento catastrofico verificatosi 65 milioni di anni fa (tra il Cretaceo e il Terziario), in concomitanza con la scomparsa dei dinosauri e di molte altre creature preistoriche. La sua teoria, enunciata nel 1997 nel celebre “T.Rex e il cratere della morte” ed elaborata insieme al padre premio Nobel Luis Alvarez, è che la collisione di una cometa con la Terra abbia coinciso con l’estinzione dei dinosauri.

Alvarez figlio accompagna il lettore attraverso la dorsale appenninica – di gran lunga la sua catena montuosa preferita – tra Roma e Firenze, con digressioni verso le Alpi, raccontando come la penisola affiorò dal mare. Partendo dalla storia geologica recente – le eruzioni vulcaniche a nord di Roma nell’ultimo millennio – lo scienziato torna indietro fino a 100 milioni di anni fa, quando l’Italia era un fondale oceanico. Un passato remoto ancora visibile nelle formazioni calcaree e sabbiose che punteggiano l’intera catena degli Appennini, rovesciate e incorporate nelle montagne prima “arricciatesi” sopra il mare, poi erose dal tempo, che oggi costituiscono un puzzle ancora da ricomporre. «Il bello di queste rocce italiane è che si trovavano troppo in profondità per essere intaccate dalle onde e dalle tempeste, quindi custodiscono la più straordinaria registrazione della storia della Terra che si possa immaginare». Le preferite di Alvarez sono le cave di calcare, che hanno fornito materiale per costruire le città italiane fin dai tempo dell’antica Roma.

Insieme a Bill Lowrie, Alvarez ha sviluppato la tecnica delle “firme” magnetiche nei sedimenti per datare le rocce, ricostruendo parti della storia geologica d’Italia. Dopo la formazione degli Appennini – nell’Eocene, circa 40 milioni di anni fa – la pianura continentale nota come Adria, che sosteneva la catena montuosa, entrò in collisione col continente europeo, spingendo un fondale marino ancora più antico in alto per miglia, fino a formare le Alpi. Le ricerche di Alvarez forniscono evidenze a sostegno della teoria della tettonica a placche, secondo la quale la superficie della terra consiste in un puzzle di oceani e continenti che continua a muoversi nei millenni, generando montagne quando i “pezzi” entrano in collisione.

Nel suo libro, lo scienziato americano spezza più di una lancia in favore delle scoperte avanguardistiche dei colleghi italiani, spesso trascurate negli Stati Uniti per dare spazio ai geologi anglosassoni. «Spero – ha spiegato Alvarez, che all’inizio della carriera è stato uno dei pochissimi americani parlanti italiano a occuparsi della geologia del Belpaese – che questo libro serva da antidoto al punto di vista angolfono che ignora molti importantissimi antenati scientifici di altri Paesi».

«Unica», secondo Alvarez, è anche la materia prima presente nel nostro paese, che vanta un’impressionante ricchezza geologica: «Antichi vulcani intorno a Roma e Napoli, montagne fatte di calcare sugli Appennini; addirittura, nei pressi di Pisa, un monte intero di marmo bianco, lo stesso usato da Michelangelo per le sue statue. Ancora, nelle Alpi, grandi cime di granito, rocce metamorfiche, dolomite; in Sicilia, montagne formate da rocce sabbiose e un grande vulcano, l’Etna. La Sardegna invece è fatta principalmente di granito. Ci sono altri luoghi nel mondo che offrono un’equivalente varietà geologica, ma non me ne viene in mente nessuno che ne abbia di più».

Una varietà che il professor Alvarez continua ad esplorare: insieme al suo studente David Shimabukuro, sta cercando di determinare la relazione tra la Sardegna e la Calabria, il piede d’Italia che nei millenni si è spostato verso sud-ovest fino ad affacciarsi sul mare Tirreno.

Specializzatosi a Princeton nel 1967, Walter Alvarez ha lavorato per alcune compagnie petrolifere in Olanda e in Libia, e in seguito ha applicato i suoi studi di geologia all’archeologia dell’antica Roma, prima di tornare nell’università californiana dove è cresciuto e dove ha inaugurato un corso di “Big History”, Grande storia, che esplora le connessioni nell’evoluzione del cosmo, della Terra, della vita e dell’umanità concentrandosi sugli eventi fortuiti che hanno cambiato il corso della storia. Fatti imprevedibili che improvvisamente «fanno deragliare il corso degli eventi così che la storia di domani non ha niente a che fare con quella dell’anno scorso». Come l’impatto della cometa che ha fatto estinguere i dinosauri: «Un avvenimento altamente improbabile. Se non ci fosse stato, loro sarebbero ancora in giro e il genere umano non esisterebbe».

 

 

fonte: http://www.ifgonline.it/pub/165/show.jsp?id=4209&iso=1&is=165

febbraio 15, 2009 - Posted by | Geology - Geologia, Lang. - Italiano, Libri / Books, P - Extinctions, Paleontology / Paleontologia | , , ,

1 commento »

  1. un bel blog, davvero.
    Complimenti. Lo seguirò con attenzione.
    Solo una cosa: l’idea che alla radice dell’estinzione di massa della fine del cretaceo sta vacillando. Personalmente, e non da oggi, preferisco k’idea che la “colpa£ sia da attribuire ai trappi del Deccan. E sembra ce la cadura dell’asteroide di chuxchub preceda il K/T di qualche centinaio di milioni di anni.
    Ricordo inoltre che a Gubbio c’è un altro livello scuro come il K/T, il Bonarelli, che sembra dovuto ad anossia dopo un evento vulcanico molto intenso.
    ancora comppimenti e alla prossima

    Commento di aldo | febbraio 23, 2009


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